Immagini per spiccare il volo. Gli albi illustrati nell’esperienza di supporto alla genitorialità della coop. COMIN

Immagini per spiccare il volo. Gli albi illustrati nell’esperienza di supporto alla genitorialità della coop. COMIN

Articolo a cura di Cooperativa COMIN

Immagini per spiccare il volo, pagine per andare in profondità. L’esperienza della cooperativa Comin con l’utilizzo di Albi illustrati nei percorsi di sostegno alla genitorialità.

Un albo illustrato è molto più di un libro per i più piccini; è l’incontro tra immagini e parole (non molte, attentamente selezionate, talvolta addirittura assenti come nei silent book), un’esperienza spiazzante in grado di parlare a ciascuno, di accendere emozioni; può essere un importante strumento da proporre a  tutte le età, da leggere o da ascoltare,  perché sa fare sintesi preziosa di esperienze ed emozioni molto potenti, perché utilizza linguaggi e codici comunicativi in grado di toccare e far risuonare le corde di ciascuno.

Comin, nell’esperienza maturata all’interno dei servizi integrativi zerotre (rivolti a famiglie con bambini dagli zero ai tre anni), ha sviluppato un’ampia competenza nella gestione di interventi a sostegno della genitorialità realizzando e gestendo  gruppi di genitori e bambini all’interno dei quali l’albo illustrato si rivela uno strumento di lavoro straordinariamente potente ed immediato.

“Nel momento stesso in cui dubitate di poter volare, cessate anche di essere in grado di farlo”

Queste parole sono state scritte da Sir James Matthew Barrie e pronunciate da un personaggio popolare e caro al mondo intero: Peter Pan.

È esattamente questo quello che accade quando si cresce, si perde creatività, intesa come capacità di superare una difficoltà in maniera fantasiosa, magica e poco razionale. I bambini credono realmente che il bacio di una persona a loro cara possa curare una dolorosissima ferita, e nella loro convinzione che il dolore cessa di esistere, scomparendo quasi come per magia.

Diventare genitori è indubbiamente un evento che porta gioia nella vita delle persone che accolgono il nascituro, la bellezza però può indubbiamente manifestarsi in molteplici forme ed essere altresì spiazzante. Affrontare un percorso fatto di nuovi equilibri da ricostruire e ruoli da accettare, dove paure e stanchezza spesso prevalgono, rappresenta una sfida complessa. A questa, si aggiungono frequentemente sentimenti di inadeguatezza, solitudine e contrastanti emozioni che coesistono e si intrecciano. Non si può inoltre ignorare l’imperativo della “prestazione” che oggi, più che mai, spinge a essere costantemente la versione migliore di sé stessi, anche quando si è fragili e affaticati.

Se guardassimo alle difficoltà con il medesimo approccio dei bambini le soluzioni potrebbero essere infinite e nel contempo semplici, ma ricche di significato e importanza: correre scalzi in un prato verde e fiorito, mangiare un gelato o chissà quale altra stranezza golosa, urlare così tanto da vomitare fino l’ultimo goccio di rabbia e frustrazione per ritrovare la pace, per dedicarsi al recupero. Ma non è così, il nostro approccio poco magico perpetua e si evolve in azioni molto razionali.

È dalla frase di Barrie che nasce l’idea e prende l’avvio la proposta realizzata da Comin: ritornare a pensare di poter volare, mantenendo uno sguardo incantato ma nel contempo adeguato all’età. L’albo non viene soltanto letto, ma raccontato e recitato: la voce, con il suo tono, diventa una sorta di carezza preziosa. Man mano che si sfogliano le pagine, le illustrazioni, con la loro bellezza, arricchiscono l’esperienza, accompagnando in un viaggio che, pagina dopo pagina, ci permette di ritrovarci e di esplorare nuovi significati.

Immagini per spiccare il volo, gli albi illustrati usati da COMIN

I nostri percorsi prendono avvio con la lettura, che spesso assume la forma di una narrazione quasi teatrale, per poi proseguire con laboratori sensoriali progettati in modo diversificato e prevedendo altresì un tempo dedicato al pensiero, alla riflessione e al confronto tra gli adulti. Questi laboratori offrono l’opportunità di sperimentare giocando, immergendosi in attività che stimolano la creatività, il movimento, e sostengono il legame affettivo e relazionale attraverso l’esperienza e il contatto fisico. L’albo illustrato, in questo scenario, rappresenta un elemento centrale, una guida nelle esperienze condivise, offrendo un contesto sicuro e stimolante sia per i genitori sia per i figli.

Nei percorsi che Comin realizza la funzione dell’albo è duplice e parallela: da un lato supporta la riflessione e il confronto tra gli adulti in una dimensione di gruppo che privilegia lo scambio e il confronto, accompagnati da figure educative,  toccando molteplici tematiche – talvolta anche molto profonde e delicate come il lutto, l’abbandono, la solitudine, il senso di inadeguatezza – raggiungendo in  modi e con sfaccettature differenti la storia di ciascuno e favorendo la costruzione di chiavi di lettura condivise;  dall’altro permette ai bambini e alle bambine, oltre a favorire lo sviluppo di competenze, di condividere esperienze emotive e sensoriali  significative con i propri genitori.

La magia di un albo illustrato raccontato direttamente da Paola, una mamma dei nostri laboratori.

Chronos, il tempo tiranno, si contrappone ad Aion, il tempo infinito.

“Aion è un bambino che gioca”, diceva Eraclito.

Quando leggo un albo illustrato ai miei figli, sono così rapiti, così intensamente concentrati in quello che stanno facendo che diventano la rappresentazione perfetta del tempo che non passa, che non ci insegue, che non ci tocca. Un tempo eterno e sacro.

Si sa che la lettura ad alta voce, fin dalla prima infanzia, è una pratica che migliora le competenze linguistiche e cognitive nei bambini e soprattutto rafforza il legame coi genitori. Regala momenti di intimità e di condivisione difficilmente raggiungibili in altro modo. Come se il “piccolo” sentisse che chi legge è qui con lui, si diverte con lui, si dedica a lui.

Può anche capitare però di trovare un albo e non sapere come leggerlo, quale sia il tono giusto o l’interpretazione corretta. E lo si mette da parte.

A me è capitato con Tararì Tararera.

Quando l’ho visto leggere a mia figlia da un’altra persona, con delle competenze, ho capito che era meraviglioso!

E allora
Tararì tararera… sesa terù di Piripù: Piripù Pà, Piripù Ma, Piripù Sò, Piripù Bé e Piripù Bibi

per la prima volta è suonato

C’era una volta… la famiglia dei Piripù: papà Piripù, mamma Piripù, la sorella Piripù, la bimba Piripù e il piccolo Piripù.

È la storia del piccolo Piripù che scappa perché escluso dalla raccolta della frutta e si addentra nella foresta a caccia di guai. A volte per risolvere un problema ci vuole un disastro.

La musicalità delle parole trascina via il concetto, porta in vita l’immagine e moltiplica le possibilità di immaginare e sognare.

Altro che baby-talk!

 

 

 

BREVE BIBLIOGRAFIA CON SUGGERIMENTI DI LETTURA

A caccia dell’orso di Michael Rosen e Helen Oxenbury

Cane nero di Levi Pinfold

La baceria di Felice di Cristiana Sorano

Il gioiello dentro me di Anna Llenas

I cinque malfatti di Beatrice Alemagna

Urlo di mamma di Jutta Bauer

La scatola di Isabella Paglia

Il bambino, la talpa, la volpe e il cavallo di Charlie Mackesy

A più tardi di Jeanne Ashbè

Le cose che passano, Beatrice Alemangna

Io gomitolo tu filo, Alberto Pellai

Il buco, Anna Llenas

L’albero, Shel Silverstein

La prima volta che sono nata, V. Cuvellier e C. DUTERTRE

 

 

 

L’inclusione educativa dei bambini con disabilità sensoriale

L’inclusione educativa dei bambini con disabilità sensoriale

Anche per l’anno scolastico 2024-2025 Regione Lombardia ha esteso gli interventi di inclusione educativa a bambini e bambine nella fascia d’età 0 – 36 mesi, ritenendo fondamentale attivare interventi precoci su bambini con disabilità sensoriale fin dai primi mesi di vita. Tale servizio è rivolto a bambini e bambine che frequentano asili nido, micronidi e sezioni primavera della scuola dell’infanzia e che risiedono in Lombardia.

L’importanza dell’inclusione precoce

Ogni momento della giornata trascorso al nido, che siano dedicato al gioco o al “prendersi cura” (il pranzo, il cambio, il riposo e il risveglio) rappresenta per il bambino con disabilità sensoriale un modo per fare esperienza, per costruire le basi della propria sicurezza affettiva e relazionale e per conoscere e sviluppare gradualmente la propria autonomia. Pertanto, un intervento precoce, svolto in collaborazione con il nido e la famiglia, può offrire ai bambini gli strumenti per vivere l’ambiente circostante in modo armonico e sereno, aiutandoli a superare le difficoltà di comunicazione e partecipazione dovute a limitazioni visive o uditive.

Obiettivi degli interventi educativi per la fascia 0-36 mesi

Partendo da questi presupposti, gli interventi educativi che possono essere attivati in particolare per la fascia d’età 0-36 mesi hanno come obiettivo quello di offrire un supporto metodologico e di consulenza al personale educativo del nido e alla famiglia. Questo approccio assicura che il bambino possa svolgere attività accessibili e inclusive, che favoriscano l’acquisizione delle abilità e autonomie necessarie per i futuri percorsi educativi.

Come funziona il Servizio di inclusione educativa

Il Servizio di inclusione educativa prevede l’affiancamento al personale del nido e al bambino di operatori esperti in disabilità sensoriale (assistente alla comunicazione, tiflologo e pedagogista), oltre alla fornitura di materiale specifico. Gli interventi sono realizzati sulla base di un Progetto Individuale pensato per rispondere ai bisogni specifici del bambino, in collaborazione con il Comune di residenza e con Enti Erogatori qualificati per l’attivazione del percorso di inclusione.

Come fare domanda per il servizio

Le famiglie interessate ad attivare l’intervento di inclusione scolastica ed educativa per studenti con disabilità sensoriale (0-36 mesi inclusi) possono presentare domanda esclusivamente online, attraverso la piattaforma regionale Bandi e Servizi (BeS), raggiungibile al seguente link:

https://www.bandi.regione.lombardia.it/servizi/servizio/catalogo/dettaglio/comunita-diritti/inclusione-sociale/anno-scolastico-2024-2025-inclusione-scolastica-studenti-disabilit-sensoriale-domande-famiglie-RLD12024037603

Per accedere occorre autenticarsi con la tessera sanitaria CNS (Carta Nazionale dei Servizi) oppure con la CIE (Carta Identità Elettronica) o con lo SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale).

Chi desiderasse maggiori informazioni, può consultare il seguente link:

https://www.ats-milano.it/ats/carta-servizi/guida-servizi/disabilita-non-autosufficienza/inserimento-scolastico/sostegno-dellinclusione-educativascolastica-bambinialunnistudenti-disabilita-sensoriale-aeas

o inviare una mail all’indirizzo comunicazionenidi2426@ats-milano.it

 

 

Sviluppare le competenze emotive fin da piccoli: una chiave per prevenire il bullismo

Sviluppare le competenze emotive fin da piccoli: una chiave per prevenire il bullismo

Sebbene spesso si pensi al bullismo come a comportamenti aggressivi degli adolescenti, le ricerche mostrano che episodi di bullismo iniziano a manifestarsi già nella scuola dell’infanzia e nella primaria, seppure in forme meno evidenti.

Questi episodi riguardano spesso bambini con fragilità socio-emotive, cioè bambini che faticano a gestire le emozioni e a comprendere quelle degli altri. Per questo motivo è auspicabile intervenire precocemente focalizzando l’attenzione proprio sullo sviluppo delle competenze socio-emotive nei bambini di fascia 0-6 anni.

Perché è importante sviluppare le competenze emotive già in età prescolare

Le competenze socio-emotive, che lo psicologo Daniel Goleman definiva con il termine “intelligenza emotiva” (Goleman, 1995) confermando l’intreccio tra diverse componenti (percettive, cognitive ed emotive), sono definibili come «un’abilità che spazia dal riconoscere le emozioni in sé e negli altri, al provare empatia e partecipazione emotiva per le vicende altrui, all’esprimere emozioni in base alle regole di esibizione della cultura di appartenenza, al conoscerne le cause che le provocano, all’essere in grado di auto ed etero-regolarle, fino a saperle nominare usando un appropriato lessico emozionale» (Grazzani e Ornaghi, 2013).

Già a partire dai 18 mesi, i bambini iniziano a sviluppare le basi delle competenze emotive attraverso il gioco simbolico, dove “fanno finta” di essere qualcun altro o di trovarsi in situazioni diverse dalla realtà. Questo tipo di gioco li aiuta a mettersi nei panni degli altri e a immaginare prospettive differenti dalla propria.

Studi e risultati sui programmi socio-emotivi per la scuola dell’infanzia

Alcuni studi confermano l’effettiva efficacia di training socio-emotivi nei bambini della scuola dell’infanzia. Ad esempio, Ornaghi ed altri (2016) hanno utilizzato la procedura dei giochi linguistici per incrementare la comprensione della mente emotiva in bambini di età̀ prescolare. Il gruppo di studio ha superato in maniera migliore le prove di comprensione emotiva e cognitiva rispetto al gruppo di controllo.

In altre ricerche emerge come le competenze socio-emotive siano positivamente correlate con un maggior numero di comportamenti prosociali altruistici e con una predisposizione a creare legami di amicizia.

Questi studi, ancora molto limitati, costituiscono lo spunto per mettere in atto protocolli di potenziamento delle abilità socio-emotive, integrabili nella progettazione didattica per la fascia 0-6. I training socio-emotivi possono diventare un alleato nella sperimentazione di interventi di prevenzione del bullismo e consentire di ridurre il ricorso ad interventi riparativi o di riduzione del danno, necessari a seguito di azioni già marcatamente antisociali tipiche dell’adolescenza e della preadolescenza.

Link di approfondimento:

  1. Il ruolo della prevenzione al bullismo nella progettazione per la scuola dell’infanzia
  2. Bullismo: relazioni interpersonali e affettività
  3. L’educazione e la prospettiva del “rispetto dei generi” quale strumento per contrastare la violenza e il bullismo
  4. Lo sviluppo della condotta aggressiva: indagine descrittiva del bullismo a scuola

 

 

STRATEGIE DI CONTROLLO E CONTRASTO ALLO STRESS GENITORIALE

STRATEGIE DI CONTROLLO E CONTRASTO ALLO STRESS GENITORIALE

Lo stress genitoriale è un tipo specifico di stress derivante dalla condizione di essere genitore. Accade quando si verifica uno squilibrio tra le richieste legate al ruolo genitoriale e l’accesso alle risorse disponibili per poter soddisfare tali richieste.

Vari studi scientifici dimostrano che un’esposizione prolungata a uno stress genitoriale eccessivo può portare al burnout genitoriale definibile come “uno stato di intenso esaurimento legato al proprio ruolo genitoriale, in cui si diventa emotivamente distaccati dai propri figli e si dubita della propria capacità di essere un buon genitore”.

Sul piano biologico, il burnout genitoriale provoca una forte disregolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene vale a dire quel sistema che si attiva in risposta allo stress e determina disturbi somatici e disturbi del sonno. Le testimonianze dei genitori in burnout sulla loro scarsa qualità del sonno sono perfettamente congruenti con gli studi condotti nel campo del burnout lavorativo.

Vari studi hanno dimostrato come non ci sia correlazione tra burn out genitoriale e basso status socio-economico ma come questo tema sia trasversale ai diversi strati sociali.

Vi è invece un’elevata correlazione tra burnout e comportamenti maltrattanti e trascuranti. Nel corso di una ricerca alcune madri con burnout genitoriale grave hanno riferito comportamenti inappropriati come, ad esempio, dormire sul divano lasciando un bambino di tre anni senza sorveglianza oppure atti di violenza verbale come insulti ed urla. Nessuna di loro ha dichiarato di condividere l’utilità di adottare punizioni severe e tutte hanno riferito di sentirsi estremamente in colpa dopo questi episodi.

I genitori che vivono questa condizione mettono in atto alcuni tipici comportamenti e hanno particolari attitudini:

  • Mostrano limitato coinvolgimento nella genitorialità e nella relazione con i figli;
  • Fanno il minimo indispensabile per i figli;
  • Limitano le interazioni ai bisogni e sono meno aperti a cogliere gli aspetti emotivi;
  • Non si riconoscono più come i genitori che erano e volevano essere;
  • Sperimentano un senso di inefficacia del ruolo genitoriale;
  • Sentono di non riuscire a gestire i problemi in modo calmo o efficace.

I ricercatori sono pervenuti anche a dei risultati parzialmente controintuitivi poiché hanno scoperto che i genitori sono maggiormente più a rischio quando sono consapevoli dell’importanza e del significato del loro ruolo e manifestano elevate aspettative sulle loro capacità di essere dei buoni genitori.

In particolare presentano un profilo di rischio maggiormente elevato coloro che:

  • Aspirano ad essere genitori perfetti;
  • Hanno carente capacità di gestione delle emozioni e dello stress;
  • Mancano di supporto emotivo o pratico da parte dei co-genitori o dalla rete sociale più in generale come familiari;
  • Ricorrono in misura minore ai supporti sociali come, ad esempio, agli asili nido;
  • Hanno pratiche di educazione dei figli inadeguate ed incoerenti;
  • Hanno figli con bisogni speciali che interferiscono con gli impegni legati alla vita familiare e lavorativa;
  • Lavorano part-time o sono genitori casalinghi;
  • Hanno una vita familiare mal organizzata. Ad esempio, mancanza di routine o di ordine, mancanza di tempo per attività di svago che permettano ai genitori di prendersi una pausa.

Per curare e prevenire il burnout genitoriale è necessario innanzitutto attivare una comunicazione sul tema finalizzata ad una sua comprensione. Le campagne di sensibilizzazione rivolte ai genitori ma anche ai professionisti per l’infanzia consentirebbero ai genitori di chiedere aiuto precocemente, riducendo così il rischio o la frequenza di conseguenze negative. Non esistono infatti risposte scontate o preconfezionate poiché occorre tenere conto della complessità del sistema familiare analizzando il processo interattivo tra figli e genitori che, essendo interdipendenti, si influenzano in maniera reciproca.

La maggior parte dei genitori presenta sia un profilo di rischio sia una serie di risorse che, debitamente riconosciute e valorizzate, si configurano come fattori protettivi che contribuiscono a ridurre in modo significativo lo stress:

  • L’autocompassione;
  • L’intelligenza emotiva;
  • Le buone pratiche di educazione dei figli;
  • La capacità di rigenerarsi nel tempo libero;
  • Rapporti positivi con i propri genitori e il sostegno emotivo.

 

 

STRATEGIE DI CURA E CONTRASTO AL BURN OUT NELLA PROFESSIONE EDUCATIVA

STRATEGIE DI CURA E CONTRASTO AL BURN OUT NELLA PROFESSIONE EDUCATIVA

Nel mondo dei servizi è comprovato l’elevato grado di correlazione tra le condizioni di benessere di chi presta la sua attività professionale e quelle di coloro che beneficiano del servizio.

La peculiarità del lavoro nei servizi materno-infantili rende ancor più evidente l’importanza di prestare attenzione alla salute psico-fisica di educatrici/ori per l’età e la vulnerabilità dei beneficiari.

Il ruolo dell’operatore del settore educativo materno-infantile presenta una caratterizzazione specifica: svolge attività educative ma, al contempo, assolve ai compiti di accudimento a bambini non ancora autonomi. La cura primaria lo rende attivamente coinvolto nelle dinamiche dello sviluppo emotivo e cognitivo dei bambini. L’educatore risulta pertanto chiamato a svolgere una vera e propria funzione genitoriale che lo espone sia agli aspetti di soddisfazione sia agli aspetti di fatica insiti nella genitorialità. La complessità della funzione di cura di bambini non ancora autonomi espone i caregiver di riferimento (genitori ed educatori) ad esperire livelli elevati di stress che, se non trattati adeguatamente, col tempo potrebbero degenerare.

 

I fattori di rischio principali che hanno un impatto negativo sul benessere dell’operatore del settore educativo materno-infantile sono:

  • numero ridotto di caregiver per ogni gruppo di bambini di cui prendersi cura;
  • clima organizzativo non favorevole nel contesto di lavoro;
  • mancanza di controllo o di influenza sulle procedure dell’organizzazione del contesto lavorativo;
  • carenza di supporto sociale;
  • limitato sostegno da parte dei colleghi e dei supervisori;
  • insufficiente o inadeguata formazione.

 

La cura di sé, sia come persona sia come figura professionale, può essere un modo per alleviare le sfide che affliggono gli operatori che lavorano al servizio del benessere dei bambini.

Vari studi hanno dimostrato come gli operatori, impegnati in pratiche di cura di sé appropriate, sperimentano un aumento dell’efficacia della pratica professionale (Sanso et al., 2015), della percezione della professionalità (Asuero et al., 2014) e descrivono livelli più bassi di burnout.

Particolare rilevanza riveste la capacità di mantenere una focalizzazione sulle proprie esigenze personali, familiari, emotive e spirituali mentre ci si occupa dei bisogni e delle richieste dei più piccoli.

 

Le strategie di coping unite ad una cura di sé professionale sostengono l’adozione di un approccio che contempli l’adozione di alcune iniziative come, ad esempio:

  • la definizione di obiettivi realistici per quanto riguarda il carico di lavoro;
  • la partecipazione a corsi di formazione specializzati;
  • la consapevolezza delle proprie risposte ai fattori di stress;
  • il ricorso al supporto di un supervisore;
  • l’utilizzo di pause per un adeguato riposo;
  • il mantenimento di legami positivi con amici e familiari stretti.

 

In particolare il contesto organizzativo riveste un ruolo di fondamentale importanza. Alcuni elementi dell’ambiente lavorativo come, ad esempio, un adeguato livello di sfida lavorativa, preparazione specifica ed aggiornamento costante uniti a sentimenti di competenza e senso di appartenenza a un’organizzazione supportiva rendono gli operatori maggiormente in grado di contrastare gli effetti negativi dello stress professionale.

 

 

 

 

 

Allattamento al seno: per nutrire il tuo piccolo e la vostra relazione

Allattamento al seno: per nutrire il tuo piccolo e la vostra relazione

Vediamo insieme perché gli esperti di UNICEF e OMS considerano l’allattamento al seno nei primi mesi di vita la forma di nutrizione ideale per i più piccoli!

Il latte materno è un alimento pressoché perfetto per le esigenze nutrizionali del neonato, inoltre si trasforma nel tempo coerentemente con l’evolversi dei bisogni del piccolo durante la crescita e contiene i nutrienti necessari a favorirne lo sviluppo fisico, sensoriale e cognitivo.

Protegge il bambino da infezioni e malattie croniche grazie agli anticorpi presenti, infatti nei primissimi momenti di vita il contatto pelle a pelle che avviene durante l’allattamento rafforza il sistema immunitario del neonato e ne prevenirne l’ipotermia.

Ma i vantaggi di allattare il tuo bambino al seno vanno ben oltre quelli legati alla sua salute!

Solo per citarne alcuni, l’allattamento al seno:

  • Ha un impatto positivo sulla salute della mamma, riducendo il rischio di sviluppare tumori.
  • E’ gratuito.
  • Riduce il peso sui sistemi sanitari.
  • Rafforza la relazione tra mamma e neonato.

Proprio per questo UNICEF e OMS raccomandano di allattare il bambino al seno per i primi 6 mesi di vita, a partire dalla prima ora dalla nascita.

Esistono numerose iniziative supportate dal Ministero della Salute, per promuovere l’allattamento al seno e informare sui benefici del latte materno, facilitando anche le mamme in movimento, come per esempio l’istituzione dei Baby Pit Stop (attualmente circa 900 in Italia); spazi dedicati, all’interno di bar, centri commerciali, farmacie, supermercati e altri luoghi pubblici, attrezzati con poltroncine, fasciatoi e giocattoli, in cui ogni mamma può fermarsi per cambiare e allattare il suo piccolo sentendosi protetta e non giudicata.

Allattamento al seno: una scelta libera

Seppur caldamente consigliato, l’allattamento al seno non è un obbligo e se, per qualunque motivo, preferisci non allattare non devi sentirti meno brava o capace delle altre mamme.

L’importante è che tu possa prendere la decisione su come nutrire il tuo bambino in modo informato, in piena coscienza di rischi e benefici delle varie modalità di alimentazione.

Quasi tutte le mamme possono allattare al seno, ma se ti sembra di non produrre abbastanza latte, possono esserci una serie fattori facilmente controllabili, come ad esempio un attacco al seno inefficace, la frequenza delle poppate e la capacità del bambino di svuotare il seno ad ogni pasto.

In questi casi, basterà un po’ di pratica, pazienza e un adeguato supporto sia a casa che fuori per imparare ad allattare al meglio.

Per saperne di più leggi questo articolo: Allattamento al seno | UNICEF Italia

Il tuo latte al nido

Sei interessata a dare il tuo latte al tuo bambino anche quando è al nido?

L’inserimento del bambino al nido può essere vissuto dai genitori come il momento in cui interrompere l’allattamento al seno, visto che il piccolo passa le ore della pappa lontano dalla mamma.

Proprio nell’ottica di coinvolgere tutta la comunità nel sostegno all’allattamento però, oggi è  diventato possibile continuare ad alimentare il piccolo con il latte materno anche al nido, nell’ambito dell’iniziativa di OMS-UNICEF “Comunità Amica dei Bambini per l’Allattamento”.

Compilando questo modulo, potrai farne richiesta, specificando quando e con quale frequenza vuoi che venga somministrato il latte al tuo bambino.

 Se hai dubbi, puoi recarti  presso il punto nascita ospedaliero o presso le ASST,  dove potrai parlare con operatori esperti di allattamento che ti aiuteranno ad orientarti tra le varie metodologie di estrazione del latte (spremitura, tiralatte ecc), per permetterti di fare una scelta informata e adeguata ai tuoi bisogni.

Una volta al nido, operatori appositamente prepati si prenderanno cura di conservare il tuo latte a una temperatura adeguata e di darlo al piccolo rispettando rigide norme igieniche.

Per approfondire: Promozione allattamento materno nei nidi Infanzia_77ef3570-9b58-4be9-89f8-a1e7fc1fbad7.PDF (ats-milano.it)